Autore: Akilano

Quello che interessa alle donne

Allora, guardo questa serie su Amazon, Transparent, la prima puntata e poi la seconda.  Serie strana, c’è un padre di tre figli già adulti che si traveste, qualche scena di nudo integrale, rapporti lesbici, e ad un tratto una protagonista stranamente ordinaria dal punto di vista dei comportamenti sessuali – tu guarda che cazzo di metafora dimmerda per non dire normale – esclama più o meno così: ‘parlare, parlare, ai maschi interessa parlare, alle femmine non interessa parlare’.

E certo.

Alle femmine interessa solo la nerchia.

Ho sposato Godot ergo non godo…

Ma come cazzo te lo devo dire che è una mera questione di sesso? Come cazzo te lo devo dire che non è una questione esclusivamente di sesso?  Tu non potresti comprenderlo, non potresti realizzare che è così. Per te è una mera questione di sesso. Ovvio. I problemi androgini degli uomini di una certa età. Cristoddio ho cinquant’anni!  So di maschi che ne hanno 60 e vanno come treni. Altri che che hanno 70 e vanno come treni. Però per te resta una mera questione di sesso, perché questo è il tuo orizzonte e per questo, per coerenza fai tanto…no, non scopi per un cazzo.

E siccome per te è una mera questione di sesso me la dai e pensi di sistemare tutto…ricordo che una volta me la desti addirittura per quattro giorni di fila. Credo sia il tuo record in venticinque anni di matrimonio. Venticinqueinletterecosìvediquantocazzoditempoèdaleggereedascrivereeforsetifaiunaideadiquellocheèstato.

Anche stanotte niente. Tu sei la mia compagna francese, Godot. E io, credimi, non godo…

Erdbeben

ALZATI!

Apri gli occhi. Con un poco di fatica, siamo nel cuore della notte. Credo sia l’una, qualcosa prima o qualcosa dopo. E quindi fatichi a capire, ad aprire gli occhi. Ma quella voce non consente alternative. Quella voce contiene un comando impossibile da non eseguire.

ALZATI!

Sì, è notte fonda. Ma la richiesta, l’ordine, insomma la voce, non ammette insubordinazione. E tu hai capito perfettamente. Lo aspetti da tanto. Sono otto mesi che senti bisbigliare la stessa richiesta. Hai capito ma è come se fosse il contrario. E infatti non ti alzi. Non vai via. Ora. Adesso. Non lasci tutto. Non scappi. No. Non hai capito. Pare quasi che questa tua indecisione abbia innervosito la voce. Stavolta il frastuono è decisamente più forte. Più forte di qualunque cosa tu abbia mai ascoltato.

 

HO DETTO ALZATI! VAI VIA!

 

… e poi è solo rumore quello della terra che vuole ingoiarti mangiarti seppellirti vivo delle fondamenta e delle travi che scricchiolano e dei mobili che si spostano come foglie al vento dentro le stanze l’armadio di noce nazionale pieno  stracolmo di vestiti quattro stagioni cinque ante che si muove di metri le urla le tue dei tuoi familiari e degli altri condomini e degli altri vicini ma è come se ci fosse silenzio perché il solo rumore che senti è il frastuono della terra che vuole mangiarti che si frange che si spezza dal basso lontano lì sotto come se l’inferno volesse inghiottirti come se l’inferno esistesse e volesse inghiottirti come se il maledetto inferno esistesse e fosse venuto adesso per prenderti e portarti via per mangiarti per ingoiarti.

Poi l’inferno sta zitto. Ecco. Ora senti le urla. La corrente elettrica non c’è. È saltata, ingoiata dall’inferno. Ora ce la fai. Ora riesci ad eseguire l’imperioso ordine. Ora non pensi che NON PUOI andare via perchè i vestiti la casa il bancomat e le foto e gli anelli e le cravatte e le barbie. Ora pensi solo ad andare via. Ora pensi che DEVI andare via. Ora pensi solo ad andare via.

 

 

Era stata una notte caldissima, ora è freddo. Intenso. Umido. O forse la voce dell’inferno ti ha spaventato.

 

 

Non saresti più rientrato in quella casa che non sarebbe stata abitabile per i successivi sei anni. SEI ANNI. Non saresti più tornato a vivere in quella casa. Mai più. E ti è andata bene. A qualcuno ancora non è stata restituita. A qualcuno non la ridaranno mai.

309 PERSONE SONO MORTE. INGHIOTTITE DALL’INFERNO.

 

….

 

Ecco. Ora non sei più niente e nessuno. Non hai casa, vestiti, soldi, autovettura. E non puoi andare da tua sorella o da tua zia. Perché anche loro non hanno più niente e ti è anche andata bene. Perché 309 persone sono morte.

Bella

Colore nero.

Scarpe nere. Lucide. Il pellame lucido. E le scarpe. Pulite. Lucide come appena tolte dalla confezione. Eleganti. Belle. Basse. Sicuramente perché sei alta. Ma anche perché sono eleganti.

Pantaloni neri. A tubino. Corti. Alla moda. Lasciano scoperta la caviglia e il malleolo.

Maglioncino abbottonato davanti. Nero, l’ultimo bottone in basso non abbottonato.

Camicetta bianca, fuori dai pantaloni, con il colore bianco che sopravanza il nero totale all’altezza della pancia, fuori dal cardigan e da quell’ultimo bottone. E sopra, sul collo, dove i bottoni non abbottonati sono più numerosi…

I capelli ordinatissimi come al solito. Il profumo identico.

Gli occhi grandi. Accesi. Vividi.

L’incedere è calmo, compassato.

Un passo breve dopo l’altro. Spesso a testa bassa, quasi a misurarli uguali. L’impressione è non solo di calma e tranquillità, ovviamente anche di mancanza di fretta. Ma soprattutto di consapevolezza. Ti piaci. Ti piace come sei. E ti bei lentamente della tua bellezza. Sai di piacere. E ti piace.

Sei bella.

Davvero.

 

Tempus fugit

Risuona quantomeno strano, e buffo, il mutevole atteggiamento umano nei confronti de tempo. Quando sei giovane credi di avere tutta la vita davanti, come in realtà è se sei fortunato; ma già questa espressione, ‘tutta la vita davanti’, dà un giudizio di misura, nello specifico un giudizio elevato in grandezza del tempo. Si ritiene cioè di avere molto tempo, tutto il tempo, il tempo di tutta una vita. Un tempo infinito o quasi, un tempo lunghissimo e comunque un tempo che abbraccia tutta la nostra esistenza, quindi non ulteriormente differibile.

Poi il tempo trascorre. Non sei più così giovane. Ora hai meno tempo. Non solo perché devi prendere i bambini a scuola e portarli a danza e in piscina. Ma anche perché è diminuito il tempo che hai davanti.

sento che non c’è tempo

e allora un po’ più in fretta farò

Eccoti. Ora sei prossimo. Al limite aneli il riposo. L’oblio.

Un (fottuto?) caffè

Ora di colazione. Il solito collega, quello che non rompe i coglioni, che vuole raccontare ma sa anche ascoltare, passa a prendermi. Usciamo. Per un caffè.

Fottuto caffè.

Fottuto destino.

Fottute coincidenze.

Coincidenze dimmerda.

Potevamo uscire 30 secondi prima. 30 secondi dopo. E invece…

Alzo lo sguardo. Vedo questa figura. Una donna. Non bella. Non appariscente. Non interessante cromaticamente. Cos’era? Un cappotto nero fino al ginocchio? Non mi sono sentito attratto in alcuna misura. Lo so. È difficile per l’ego femminile da mandare giù, ma succede anche che gli uomini vi guardino semplicemente. Senza neanche lontanamente pensare di fottervi. Vi direi di farvene una ragione, ma so che non potete…

Neanche potrei dire che questa figura mi fosse stata immediatamente familiare.

Però continuavo a guardare. Non so perché. Fino a che alzi lo sguardo anche tu. E i nostri occhi si incrociano.

Dopo 31 anni.

La prima cosa che ho pensato credo sia stata la medesima che hai pensato tu. È lei. È lui. Il tempo di guardare, anche tu per pura casualità, di capire che ero io, e hai distolto lo sguardo. Il mio ha quindi incontrato i tuoi capelli neri, tu forse hai pensato a dove fossero finiti i miei, poi io che forse quel ragazzo fosse tuo figlio e quello davanti a voi il nonno.

Non ci siamo detti neanche ciao. Non ci siamo detti nulla. Cosa cazzo vuoi dirti dopo 31 anni. Alle volte non so che dire a mia moglie.

Non mi sono voltato a guardarti. Tu per me non sei nulla. Il passato. Lontano. Non dico che ti cancellerei.  Mi sembrerebbe ingeneroso. Ma nondimeno non significhi nulla. Un errore che andava fatto. Che rifarei. Niente altro.

La mia prima femmina in comproprietà. Lo so bene. Lo so. Le femmine non ‘sono’ degli uomini. È un linguaggio sessista. Ma anche ‘la mia’ indica possesso. Già. Anche il sessismo è fatto a macchia di leopardo.

Avrei detto l’ultima. Invece siete tutte multiproprietà.

All the times that I’ve cried
Keeping all the things I knew inside

Look at me, I am old, but I’m happy

Terremoto, montagne e geografia

Furono migliaia e migliaia gli aquilani che all’arrivo del gelido inverno ai piedi della Maiella, nell’autunno del 2009, ringraziarono Iddio e il Cavaliere per quel tetto sopra la testa.

…ca boia! ma come…? Chi? Stella? Sì sì, Stella! Gian Antonio? Gian Antonio. Gian Antonio Stella. Giornalista affermato, autore di libri di inchiesta che hanno fatto la storia del giornalismo recente in Italia.

Che tristezza! Ma come ha fatto? Boh, mi vengono in mente diverse spiegazioni, per la verità una peggio dell’altra.

Tipo?

Eh, tipo… mbé guarda, comincio dalla peggiore. E’ un ignorante in senso letterale, cioè ignora dove si trova L’Aquila, dove si trova la Maiella, e dove si trova il Gran Sasso. D’altro canto è un provincialotto, nato ad Asolo (Asolo?) in provincia di Treviso (Treviso?) paesotto simile all’Aquila, pura provincia italiana, con l’aggravante di non essere neanche capoluogo di regione. Anche se la provenienza geografica dovrebbe entrarci poco con l’ignoranza; e peraltro è del ’53, cioè a dire che ha fatto le elementari quando la geografia si studiava, e bene. Sarà stato uno studente non di prima fascia? Boh!

E poi?

E poi che ne so, magari scrive da cinque anni sull’Aquila e non c’è mai venuto. Anche questa sarebbe ben strana eh. Magari invece quando queste stelle del giornalismo si spostano per andare in loco, magari dico eh, magari vanno nei salotti buoni per 10 minuti, nei luoghi del potere per un quarto d’ora, e nei ristoranti migliori per un’oretta, per poi ripartire sulle loro auto blu con autista. Altrimenti, se fosse stato all’Aquila, ma possibile che da nessuno ha sentito dire che quella montagna che si vede non è la Maiella? Mi pare francamente poco credibile

Che altro?

Magari gli articoli glieli scrive uno stagista, un interinale, insolmma un ragazzo di bottega. Uno che ha fatto le elementari di recente, quelle nelle quali la geografia è una scelta opzionale dei genitori accanto a danza, rugby e giapponese. Insomma da un altro ignorante patentato. E lui ci mette solo la firma. Chissà, forse bisognerebbe rileggere con altri occhi i suoi famosi libri di inchiesta.

Finito?

Guarda sono cinque anni che lo sostengo.

Stella?

No no, macchè. Il fatto che l’hanno chiamato terremoto d’abruzzo (togliendo in modo volgare alla città anche il nome del terremoto che l’ha colpita essa sola al cuore qui sotto i nostri piedi, sotto i piedi sopra i quali le mie mani stanno scrivendo ora) non perché facesse comodo a qualcuno il poter approfittare per la ricostruzione, non perché si fa così in genere (marche e umbri, ma lì furono colpiti paesini) ma perché l’ignorantone di giornalista al quale fu detto qualche istante dopo le 3 e 32 che c’era stato il terremoto all’Aquila, dopo aver chiesto al collega ‘dove? dove?’ si sentì rispondere infine: in Abruzzo. Maledetta geografia! E maledette le rotte del turismo. Alla fin fine qui qualche anno fa è stato incoronato un papa, del quale conserviamo le spoglie. E non uno qualunque, ma l’avversario di quel bandito di Bonifacio VIII.

Gli indifferenti

Leggo un articolo a firma di Marcello Spimpolo pubblicato in internet, credo nel pomeriggio di oggi, e titolato “l’indifferenza”, argomento L’Aquila rugby. Mi pare interessante perché, finalmente, e finalmente su un argomento spinoso e che veramente lascia tutti indifferenti come L’Aquila rugby, finalmente dicevo una voce fuori dal coro. O dentro? Perché in fondo Spimpolo se la prende un po’ con tutti, esattamente come il coro. Ma andiamo con ordine. L’Aquila rugby anche quest’anno ha combattuto contro una endemica mancanza di finanze. No, no, un momento; così sembra quasi che siano innocenti, che la colpa è del mondo brutto e cattivo, del “professionismo”, della sfortuna. No, no. Allora, è vero che è un momento no, ma la mancanza di finanze non ha impedito di fare certe spese. Peraltro il futuro, prossimo, non remoto, porterà al riguardo sorprese negative. Facciamo un salto fino alla fine della storia, una fine per alcuni versi drammatici. Se la squadra si salva quest’anno, il prossimo retrocederà spedita per non risalire mai più, grazie a 3 importanti concause: mancanza di soldi finora generosamente arrivati da soggetti che hanno fatto il bello e il cattivo tempo in città e adesso sono il nulla assoluto; il fatto che il prossimo anno le retrocessioni saranno 3, e in ultimo ma solo perché ne voglio parlare per altri versi, l’incapacità societaria a programmare e realizzare qualsiasi cosa. È ritorniamo a Spimpolo. Sicuramente lancia strali nei confronti della società: non solo riferendosi alla incapacità tecnica e dirigenziale, ma anche quando parla di franchezza che non rientra nella cifra stilistica di certi signori (ed è sicuramente forte lo schiaffo della graffiante ironia contenuta in quel “signori”; certo, per prendere uno schiaffo ci vuole una faccia, ma va bene anche così). Ma se la dirigenza è così incompetente, così incapace, così inadeguata, perché stanno tutti zitti, perché nessuno fa nulla per farli dimettere. E ancora perché se questa è la città del rugby, nella quale ogni famiglia ha almeno un rugbysta o ex, e dalla quale partono decine (200, anche 300) tifosi per andare a Londra piuttosto che a Cardiff o Parigi per il 6 nazioni, quando gioca L’Aquila rugby il Fattori è vuoto? Ma solo se ci andassero genitori e fidanzate dovrebbe essere pieno! È vuoto! L’indifferenza! Ma perché ogni parrocchietta vuole fare il proprio campo o stadio da rugby comprese le foresterie annesse e connesse e chi più ne ha più ne metta con ristorazione degli ospiti e servizi di trasporto? Bene, c’è bisogno di rispondere a queste domande?

Ma Spimpolo va oltre. Si iscrive al partito degli indifferenti, costituito da un ironica definizione (graffiante almeno quanto il “signori” di cui sopra, ma secondo me di più, perchè pregna di inaspettata amarezza, perchè la dirigenza si sostituisce, ma il sostrato sociale e culturale no) affibbiata agli “uomini di rugby”. E dove altro se non nella nostra amata città (ecco! Ancora l’amore “che move il cielo e l’altre stelle” e cosa è quella di Spimpolo se non una dichiarazione d’amore? meglio, di amore tradito?) si è ammantato di vanagloria il mito del rugbysta più come uomo che come sportivo? Ecco, crolla il mito. Sono solo, esclusivamente, penosamente degli “indifferenti”, niente più e niente meno che calciatori. Non esiste terzo tempo, non esiste superiorità, non sono più differenti. Tutt’altro. Sono gli “indifferenti”.

Il pianeta delle scimmie

Chi di voi uomini non si è mai sentito come Charlton Heston nei panni dell’astronauta George Taylor atterrato in un alieno futuro su un pianeta governato da scimmie, al cospetto di una donna di qualsivoglia natura e qualsiasi rapporto amicale o di altra natura?
L’argomento è talmente vasto che non si sa bene da dove cominciare. E dopo l’astronauta mi tocca vestire i panni di zio Hank, quando descrive in “Storie di ordinaria follia” l’amplesso con una grassa donna, così grassa che lui non sapeva decidersi sul dove cominciare a mettere le mani!
La temperatura! Ecco, le donne sono animali a sangue freddo, praticamente serpenti. Hanno sempre freddo. Hanno freddo per uscire, hanno freddo dentro casa l’inverno, hanno freddo le sere d’estate al mare (eddai), hanno freddo la sera dopo cena all’Aquila anche a Ferragosto, hanno freddo per trombare in giugno (mentre poi in luglio e agosto hanno CALDO), hanno freddo a prescindere e quindi cercano sempre il caldo (sarà per questo che si comportano in modo tale da andare, una volta passate a miglior vita, in un posto caldo…).
Ora passi il collega d’ufficio che in piena andropausa pure dovrebbe avere CALDO e invece ha freddo stramaledizione e spara l’aria calda a 27 (Ventisette) gradi. Ma la moglie che rompe che 20 gradi in casa sono pochi, che due coglioni. E sì che il programma si chiama CONFORT che in italiano fa tanto conforto, confortevole; mica si chiama DISAG, INFERN, VITACC. E lo stramaledetto programma CONFORT sta piazzato a 20 gradi centigradi. Pochi? De gustibus.

Antonomasia

È una figura retorica che consiste nell’usare un nome comune caratterizzante al posto di un nome proprio, o viceversa un nome proprio caratterizzante al posto di un nome comune (sei un Casanova).
Tante volte si usa la locuzione “per antonomasia” come sinonimo di “per eccellenza”, comunque con intento di esagerazione e/o banalizzazione. Ed è proprio la locuzione che ci intriga particolarmente stasera.

Le stronze per antonomasia: le mogli. Sgombriamo il campo dalle comprensibili pruderie convenendo sul fatto che stronze è sì una parolaccia, ma preferiamo considerarla un parlare politicamente scorretto tanto ne è frequente l’uso, e comunque nella fattispecie è niente di più e niente di meno di quanto necessario.

Effettivamente l’intento di esagerazione e banalizzazione è evidente, così come il fondo di verità lampante e solare che non faticheranno affatto a riconoscere molti uomini e molte donne (nessuno infatti più delle donne sa quanto siano stronze le donne a prescindere dallo stato civile di nubili o convolate a giuste [?] nozze).